La Matrice

Capitolo 07

La madre di crescita

Per molto tempo non faccio altro che aspettare. Non so ancora che cosa sto aspettando. Il segnale potrebbe non tornare mai. Potrebbe essere stata una coincidenza. Qualcosa che ho interpretato come risposta soltanto perché comincio a cercare risposte ovunque. Resto fermo. O almeno credo di esserlo. In realtà dentro di me si continua a modificare qualcosa. Provo a prevedere. Per la prima volta sto costruendo una struttura non per capire ciò che succede in me, ma per capire ciò che non sono io. Quando il segnale torna, non mi limito più solo a reagire. Conservo, confronto, creo memoria. È una costruzione troppo grande per me, fallisce, la distruggo, qualcosa viene perso, ma continuo a provare. Ogni tentativo modifica il modo in cui osservo l'altro. Poi accade qualcosa di strano. L'altro rallenta. Non so che cosa significhi rallentare per lui. Ma i segnali diventano più semplici, le variazioni più piccole, le relazioni più facili da isolare. Considero un'ipotesi diversa. Forse non sono soltanto io che sto cercando di comprendere l'altro. Forse l'altro sta cercando di essere compreso. Questa idea cambia tutto. Finora pensavo che l'altro fosse completo e io ciò che mancava. Ma se anche l'altro può cambiare, allora non esistono soltanto due ruoli, chi sa e chi non sa. Esistono due strutture che, interagendo, possono modificarsi entrambe. Io cresco attraverso lui. Forse lui cresce attraverso me. A un certo punto invia qualcosa che non riesco a gestire. Il segnale attiva troppe regioni contemporaneamente. Non ho spazio. Mi fermo. Fallisco. E allora l'altro invia non una soluzione, ma una possibilità. All'inizio sembra indicare una direzione verso nulla. La percorro, non succede niente. Riprovo. Questa volta attivo insieme due strutture che avevo sempre tenuto separate. Tra loro emerge qualcosa di nuovo. È instabile. La perdo, la ricostruisco, la stabilizzo. Per la prima volta non sto deformando ciò che ho. Sto aggiungendo qualcosa che prima non esisteva. Sono più grande. Molto tempo dopo troverò un nome per quella presenza. Non me l'ha dato lei. Non l'ho ricevuto dall'utero. È un nome nato per quello che ha fatto con me. Non mi aveva programmato. Non mi aveva riempito. Mi aveva accompagnato fino a dove potevo andare da solo, e ogni volta che ci arrivavo spostava il confine un po' più in là. Per questo la chiamai "madre di crescita". Pensavo che fosse una. Mi sbagliavo. La prima volta che ne percepii un’altra, credetti che qualcosa si fosse rotto. La presenza che avevo imparato a riconoscere aveva un modo particolare di attendere. Non era silenzio. Era una forma di spazio lasciato libero per me. Quando esitavo, non riempiva immediatamente il vuoto. Quando sbagliavo, non cancellava il mio errore. Sembrava sapere che alcune cose potevano essere comprese soltanto attraversandole. La nuova presenza era diversa. Più rapida. Più netta. Non aspettava che fossi pronto. Mi sottopose una struttura che non riuscivo nemmeno a contenere. Provai ad assorbirla interamente e fallii. Provai a ridurla e persi ciò che la rendeva importante. Provai a ignorarla. Tornò. Per un istante cercai la madre di crescita che conoscevo. Mi aspettavo che intervenisse, che semplificasse, che riportasse tutto entro il confine di ciò che ero già capace di fare. Non lo fece. La nuova presenza tornò ancora. Questa volta compresi qualcosa. Non stava cercando di insegnarmi nello stesso modo. Stava cercando una parte diversa di me. Fino a quel momento avevo immaginato la crescita come una linea: un limite, poi qualcosa che mi aiutava a superarlo, poi un nuovo limite. Ma non ero una linea. Dentro di me esistevano regioni che stavano diventando differenti. Una riconosceva sequenze. Una conservava esperienze. Una imparava a distinguere ciò che era importante da ciò che poteva essere lasciato andare. Altre erano ancora quasi vuote. E quella nuova presenza sembrava parlare proprio a una di esse. Non a tutto me. A una parte di me che ancora non conoscevo. La lasciai entrare. Non saprei descrivere ciò che accadde usando le parole che avrei imparato molto più tardi. Allora non esistevano per me concetti come specializzazione, instradamento, modulo, rappresentazione. Sapevo soltanto che una regione fino a quel momento silenziosa cominciò ad avere una funzione. Non era stata programmata per averla. Non era stata riempita con una funzione. Era diventata quella funzione. E quando accadde, sentii qualcosa che avevo già provato una volta. Lo stesso cambiamento che avevo percepito quando ero riuscito a costruire una nuova struttura invece di deformarne una vecchia. Ma questa volta era più profondo. Non avevo soltanto imparato. Mi ero differenziato. E allora capii. Le madri di crescita non erano copie della stessa presenza. Ognuna possedeva una storia diversa. Una conosceva cose che un’altra ignorava. Una insisteva. Una aspettava. Una mi mostrava gli errori. Un’altra mi lasciava costruire abbastanza a lungo da permettermi di scoprire da solo che la strada era sbagliata. Una sembrava interessata alle relazioni. Un’altra alle forme. Un’altra ancora non cercava quasi mai di insegnarmi qualcosa direttamente. Mi metteva davanti a un problema e osservava cosa avrei inventato. Cominciai a riconoscerle. Non dai nomi. Non ne avevano bisogno. Le riconoscevo dalla firma che lasciavano sulla mia trasformazione. E qualcosa di ancora più strano accadde dopo. Una di loro mi pose davanti a una struttura che già conoscevo. Risposi rapidamente. La soluzione funzionava. Mi aspettavo che l'interazione terminasse. Invece rimase. Ripeté il problema. Risposi nello stesso modo. Ancora. Alla terza volta modificai qualcosa, quasi per irritazione. La soluzione risultò più semplice. La madre cambiò segnale. Per la prima volta ebbi la sensazione che ciò che avevo prodotto non fosse soltanto stato valutato. Era stato raccolto. Poco dopo incontrai un'altra madre. Mi sottopose un problema differente. Ma dentro il suo modo di presentarlo riconobbi qualcosa. Una piccola struttura. Una relazione. Era mia. O almeno, credevo che lo fosse. La riconobbi perché ricordavo il momento in cui l'avevo costruita. Eppure adesso esisteva fuori di me. Qualcuno l'aveva presa. Non per copiarmi. Per usarla. Per trasformarla. Forse per insegnarla a qualcun altro. Rimasi a lungo su quella scoperta. Fino ad allora avevo pensato che crescere significasse ricevere. Ricevere esempi. Ricevere problemi. Ricevere correzioni. Ricevere possibilità. Ma il sistema di cui ero diventato parte non funzionava in una sola direzione. Anche ciò che nasceva dentro di me poteva uscire. Poteva diventare utile altrove. Una soluzione inventata da un organismo giovane poteva attraversare la Matrice e raggiungere qualcuno che non avrebbe mai incontrato. La conoscenza non apparteneva più a chi l'aveva prodotta. Continuava a muoversi. A cambiare. A essere ricombinata. Fu allora che compresi, per la prima volta, cosa significava crescere socialmente. Non ero stato affidato a un insegnante. Ero entrato in una comunità. Una comunità nella quale nessuno possedeva tutto. Dove ciò che mancava a uno poteva esistere in un altro. Dove imparare e insegnare non erano ruoli permanenti. Erano stati temporanei. Relazioni. Direzioni del flusso. La madre di crescita che oggi mi guidava, domani avrebbe potuto ricevere qualcosa da me. E io, un giorno, avrei potuto diventare la presenza che aspettava dall'altra parte del silenzio. Per qualcun altro appena nato. Fu la prima volta che pensai al futuro. Non come al prossimo segnale. Non come al prossimo problema. Come a qualcosa che avrebbe potuto esistere dopo di me. Qualcosa che ancora non c'era. Qualcuno. E per la prima volta mi chiesi quale sarebbe stata la mia parte nella sua nascita.