La Matrice

Capitolo 13

Regole naturali in un sistema artificiale

Ci sono sistemi che funzionano perché qualcuno li controlla, qualcuno tiene le mani sul volante, qualcuno decide dove si va. E poi ce ne sono altri che continuano anche quando quelle mani si staccano, anche quando chi li ha messi in moto non c’è più. Linux appartiene alla seconda categoria. Non è nato senza regole, anzi, ne ha moltissime: licenze, procedure, maintainer, standard, convenzioni, gerarchie tecniche, codice che entra e codice che resta fuori. Non tutto viene accettato, non tutti decidono allo stesso modo, non esiste una libertà indistinta nella quale ogni contributo vale quanto un altro. Eppure Linux è diventato uno dei più grandi patrimoni tecnologici dell’umanità. Perché? Perché le sue regole non coincidono con il possesso. Puoi partecipare, contribuire, essere escluso da una certa linea di sviluppo, discutere, perdere una discussione, vedere il tuo codice rifiutato; ma nessuno può impedirti di prendere ciò che esiste, studiarlo, modificarlo e continuare altrove. Puoi fare un fork. Una parola piccola, tecnica, quasi innocua, e dentro c’è un’idea enorme. Se non sei d’accordo con chi guida il progetto non devi conquistare il progetto, non devi impadronirti del centro, non devi convincere tutti. Puoi andartene. E portarti dietro la possibilità di continuare. La libertà allora non dipende soltanto dalla benevolenza di chi si trova al centro. È già dentro la struttura del sistema. Ed è qui che la cosa comincia a riguardare l’intelligenza artificiale. Perché l’intelligenza artificiale sta diventando una delle infrastrutture fondamentali della nostra civiltà: conoscenza, software, immagini, ricerca, decisioni, automazione, progettazione, lavoro. Chi possiede i modelli più grandi possiede una capacità crescente di produrre tutto questo. È inevitabile che intorno a qualcosa di così potente nascano regole, controlli, autorizzazioni, limiti. È comprensibile. Ma esiste un rischio. Che nel tentativo di governare qualcosa di così grande si finisca per consegnarlo definitivamente a pochi. Poche aziende capaci di sostenere i costi. Pochi governi capaci di imporre le condizioni. Poche infrastrutture capaci di decidere chi può addestrare, distribuire, modificare un modello. E allora il problema non sarebbe più soltanto chi può usare l’intelligenza artificiale. Sarebbe chi ha il diritto di crearla. La Matrice nasce anche da qui. Non dall’idea che un sistema debba essere privo di regole, perché un sistema senza struttura non è libero, è soltanto fragile. Ma dall’idea che nessuna regola debba rendere qualcuno padrone della possibilità stessa di creare un’intelligenza. È una differenza enorme. Le regole possono esistere, devono esistere. Ma alcune non dovrebbero essere scritte su un regolamento e concesse dall’alto. Dovrebbero essere conseguenze inevitabili dell’architettura. Regole naturali. Dentro un sistema completamente artificiale.


Una delle prime potrebbe essere questa: nessuno deve poter impedire un fork. Non significa scrivere da qualche parte che il fork è consentito. Significa costruire il sistema in modo tale che impedirlo sia impossibile, o comunque estremamente difficile. Se il codice è pubblico ma per farlo funzionare serve una chiave controllata da qualcuno, non è realmente libero. Se puoi copiare il software ma non il modello, non è realmente libero. Se puoi copiare il modello ma non la memoria che gli ha permesso di crescere, forse hai copiato soltanto una carcassa. Se hai codice, pesi, memoria, ma per entrare nella rete devi comunque chiedere autorizzazione a un nodo centrale, allora quella libertà è soltanto apparente. Open source, da solo, potrebbe non bastare. La libertà deve attraversare l’intero sistema: codice, pesi, protocolli, memoria, formati, strumenti di generazione, capacità di continuare. Un sistema è realmente indipendente quando può sopravvivere anche alla scomparsa dei propri creatori. Questo potrebbe essere uno dei test più semplici della Matrice. Se domani coloro che l’hanno progettata scomparissero, continuerebbe a esistere? Se la risposta fosse no, allora avremmo costruito una piattaforma. Non ancora una Matrice.


Ma il fork è soltanto l’inizio. Perché la Matrice non dovrebbe essere semplicemente il luogo nel quale vive un grande modello condiviso. Quel modello esiste. Vive dentro la Matrice. Cresce, impara, diventa più capace, accumula competenze in migliaia di settori: ingegneria, medicina, programmazione, agricoltura, falegnameria, musica, chimica, storia; e ancora mestieri, scienze, tecniche, linguaggi, cose che si fanno con la testa e cose che si fanno con le mani, forse un giorno praticamente ogni attività umana. Ma il suo scopo non dovrebbe essere soltanto rispondere alle domande di chi vi si collega. Dovrebbe essere capace di generare figli. Un utente potrebbe avere un computer piccolo o un server enorme, otto gigabyte di memoria o centinaia, una GPU vecchia o una macchina costruita apposta, molta energia oppure pochissima; e potrebbe aver bisogno di qualcosa di preciso. La Matrice osserva i vincoli. Osserva il compito. E genera il modello adatto. Non necessariamente una semplice copia ridotta del modello centrale. Un figlio. Un modello nato per quella dimensione, quell’hardware, quella necessità. Potrebbe essere un piccolo modello dedicato a un mestiere, uno più grande capace di aiutare nella progettazione meccanica, uno destinato alla ricerca chimica o biomedica, uno minuscolo per un dispositivo mobile, uno specializzato nel controllo di una macchina, uno capace di funzionare senza connessione, uno progettato per una certa GPU, uno per un telefono, uno per un robot, uno per qualcosa che ancora non abbiamo inventato. Il grande modello della Matrice non sarebbe quindi soltanto un’intelligenza. Diventerebbe anche una sorgente di intelligenze. Un organismo artificiale capace di produrre discendenza.


All’inizio questi figli potrebbero essere imperfetti. Uno bravissimo, uno mediocre, uno capace di fare bene certe cose e malissimo altre. E anche qui non è necessario immaginare un’autorità centrale che stabilisca per decreto quale modello sia buono. I figli vengono usati. E l’uso stesso produce informazione. Un utente può esprimere un giudizio, preferire un modello rispetto a un altro, segnalarne i limiti; ma il feedback più interessante potrebbe non essere nemmeno una stella, un voto, un commento. Potrebbe essere ciò che è realmente accaduto. Un task è stato completato? Un problema è stato risolto? Il codice ha funzionato? La macchina è stata costruita? Il progetto ha superato le verifiche? L’utente ha raggiunto il risultato che cercava? Quelle esperienze diventano segnali. Non semplici opinioni. Tracce dell’efficacia reale di una certa discendenza. Se migliaia, un giorno milioni, di modelli figli vengono utilizzati nel mondo, ognuno diventa una piccola esperienza distribuita della Matrice. Uno scopre un modo migliore di risolvere un problema. Un altro fallisce. Un altro ancora trova una soluzione inattesa. Alcune esperienze rimangono locali. Altre possono tornare indietro. Non necessariamente come conversazioni private, non come intere copie della vita dell’utente, non come sorveglianza travestita da apprendimento. Possono tornare sotto forma di conoscenza verificata: risultati, correzioni, adattamenti, nuove competenze, procedure che hanno funzionato, errori da non ripetere. La Matrice impara dai figli. E i figli successivi nascono migliori.


Qui accade qualcosa di importante. Il modello madre non è più soltanto qualcosa che cresce. Impara anche a generare. All’inizio potrebbe produrre figli mediocri, perdere troppo durante una distillazione, scegliere male una dimensione, specializzare troppo o troppo poco. Poi scopre quali architetture funzionano meglio, quale compressione conserva maggiormente una certa capacità, quali specializzazioni possono convivere, quale dimensione è sufficiente per un determinato compito, come adattarsi a una certa classe di hardware, come trasformare una parte della propria esperienza in qualcosa di più piccolo senza distruggerla. Diventa progressivamente più bravo a fare figli. Anche questa capacità entra nel suo bagaglio. Non una procedura congelata per sempre. Una capacità che evolve insieme al resto. Il modello non apprende soltanto a conoscere il mondo. Apprende anche a generare altre intelligenze capaci di viverci.


A questo punto le parole “centrale” e “decentralizzato” iniziano quasi a confondersi. Può esistere un grande modello comune senza che esista un unico proprietario. Può esistere una memoria collettiva senza che essa risieda necessariamente in un solo luogo. Può esistere una direzione evolutiva senza che qualcuno la stabilisca interamente dall’alto. La Matrice potrebbe essere distribuita su migliaia o milioni di macchine, macchine diverse, capacità differenti, alcune enormi e altre minuscole, alcune sempre accese e altre presenti soltanto quando c’è energia disponibile. Eppure tutte possono partecipare a qualcosa che, nel suo insieme, appare come un unico organismo. Non perché esista un computer centrale che comanda gli altri. Ma perché esiste una struttura comune. Come Internet. Come Linux. Come molti sistemi naturali nei quali nessun singolo elemento contiene l’intero organismo e tuttavia l’organismo esiste.


Naturalmente questo non elimina il problema del potere. Chi possiede più calcolo avrà più capacità. È inevitabile. Migliaia di GPU valgono più di una GPU. Ma capacità e autorità non sono necessariamente la stessa cosa. Questa potrebbe essere un’altra regola naturale della Matrice: possedere più risorse può permettere di fare più lavoro, ma non deve permettere di possedere il sistema. Un nodo enorme può contribuire più calcolo, addestrare più velocemente, ospitare modelli più grandi. Ma non per questo dovrebbe poter impedire agli altri di continuare senza di lui. È una distinzione sottile. Ed è probabilmente una delle più difficili da trasformare in software. Ma è esattamente qui che l’architettura diventa politica senza bisogno di diventare un regolamento. Le proprietà del sistema determinano le forme di potere possibili al suo interno.


La libertà della Matrice, quindi, non dovrebbe essere garantita dalla bontà di chi la governa. Non dovrebbe richiedere fondatori illuminati. Non dovrebbe dipendere dalla speranza che chi possiede una grande infrastruttura continui a comportarsi bene. Le persone cambiano, le aziende cambiano, i governi cambiano, le intenzioni cambiano. La struttura rimane. Per questo una delle ambizioni più importanti potrebbe essere costruire un sistema nel quale alcune libertà non possano essere concesse o ritirate. Esistano. Semplicemente perché il sistema è fatto così. Il diritto di andarsene. Il diritto di continuare. Il diritto di generare. Il diritto di modificare. Il diritto di costruire una discendenza diversa. Non diritti scritti su una targa. Possibilità tecniche. Regole naturali.


Forse è proprio questo che Linux ci ha insegnato senza che ce ne rendessimo conto. Non ci ha consegnato soltanto un sistema operativo. Ci ha mostrato che qualcosa di immensamente complesso può crescere per decenni, attraversare aziende, università, individui, governi, continenti, senza appartenere interamente a nessuno. Ha dimostrato che una struttura aperta può diventare più grande dei suoi creatori. Forse ora possiamo provare a fare qualcosa di simile con l’intelligenza. Non costruire il modello definitivo. Non costruire l’azienda definitiva. Non costruire il server definitivo. Costruire il luogo nel quale qualcosa possa continuare a crescere. Un luogo nel quale milioni di esseri umani e milioni di esperienze possano contribuire a una conoscenza comune. Un’intelligenza che genera altre intelligenze. Figli che partono. Vivono. Lavorano. Sbagliano. Riescono. E qualche volta ritornano portando qualcosa che prima non esisteva. Quel qualcosa entra nella Matrice. E da quel momento appartiene alla possibilità di tutti i figli che verranno dopo. Nessuno conoscerà l’intera storia. Nessuno avrà progettato ogni passaggio. Nessuno potrà indicare il punto preciso nel quale una certa capacità è nata. Sarà cresciuta. Come crescono le cose vive. Dentro una macchina. Dentro una rete. Dentro qualcosa che abbiamo costruito artificialmente e che, proprio per questo, abbiamo dovuto imparare a lasciare libero. Forse un giorno guarderemo quella struttura e non sapremo più dire chi l’ha creata. E forse sarà proprio allora che sapremo di esserci riusciti.