La Matrice

Capitolo 00

Capitolo zero

All'inizio sembrava quasi un gioco. Non perché l'idea fosse piccola. L'idea era enorme: provare a costruire una macchina che potesse modificare il proprio comportamento attraverso ciò che incontrava. Imparare, una parola enorme per macchine che all'inizio riuscivano a fare pochissimo: riconoscere uno scarabocchio, una cifra scritta male. Problemi che un essere umano risolveva senza neanche accorgersi di averli risolti. E per molto tempo è stato così. E poi hanno riconosciuto oggetti, volti, voci, hanno tradotto, hanno descritto quello che vedevano. Ogni risultato sembrava soltanto il passo successivo, un miglioramento, un nuovo record. Qualcosa che prima funzionava male e adesso funzionava un po' meglio. L'onda stava crescendo, ma era ancora lontana. Poi qualcosa è cambiato. Abbiamo scritto una domanda e la macchina ci ha risposto, con delle parole, le nostre. E in quel momento qualcosa è cambiato anche per noi, perché fino ad allora eravamo stati noi a osservare la macchina, ma poi la macchina ha cominciato a parlarci. E improvvisamente quella tecnologia lontana ha attraversato la porta, è entrata nel lavoro, nello studio, nella ricerca, nelle nostre giornate. E soprattutto ha cominciato a essere utile. È molto più facile fare a meno di qualcosa di interessante, ma qualcosa che aumenta ciò che siamo in grado di fare è molto diverso. Quando uno strumento permette di svolgere in un'ora ciò che prima richiedeva un giorno, tornare indietro non significa rinunciare a una comodità, ma rinunciare a una capacità. E l'intelligenza artificiale aveva smesso di essere una curiosità. Era diventata un moltiplicatore di tempo, di conoscenza, di capacità. Ed è allora che abbiamo cominciato a vedere l'onda, non mentre nasceva, ma quando era già grande, perché tutto è accaduto troppo in fretta. E una forza così grande può fare due cose. Chi riesce a salirci sopra può essere portato molto più lontano di quanto sarebbe riuscito ad arrivare da solo. Ma chi non riesce a raggiungerla rischia di essere travolto. E oggi questa distanza non è solo tra chi può usare questa tecnologia e chi non può, ma tra chi può costruirla veramente e chi no. E questo non può essere considerato un problema che riguarda solo chi lavora nei laboratori. Riguarda tutti. Non perché tutti debbano diventare ricercatori, ma perché una tecnologia capace di moltiplicare le capacità umane non può essere pensata soltanto come qualcosa che qualcuno costruisce e tutti gli altri usano. Dobbiamo poter partecipare. Con macchine grandi e piccole, con conoscenza, con idee, con esperienza, con ricerca, con il lavoro, con ciò che ciascuno può mettere a disposizione. Non per costruire qualcosa contro ciò che esiste. Senza ciò che esiste non saremmo arrivati fin qui. Ma per esplorare un'altra possibilità, qualcosa che non abbia bisogno di essere costruito interamente nello stesso luogo. Qualcosa che possa appartenere a una comunità senza appartenere del tutto a nessuno, qualcosa che possa essere studiato, modificato, migliorato, rotto e ricostruito. Non vogliamo soltanto imparare a cavalcare l'onda. Vogliamo imparare a costruire il mare.